Lo spirito ed il corpo nella sperimentazione tantrica
testo di: Antonio Sbisà <> tratto da:  Erba Sacra 

Consideriamo con A. Avalon le motivazioni spirituali, che tendono a riguardare la globalità dell’atteggiamento dell’uomo verso la natura e verso lo spirito. Nella concezione tantrica viene considerata l’unità divina del reale:

“tutte le cose scaturiscono dalla beatitudine (ãnanda) e nella loro base sono beatitudine. Questa esiste in due forme: come mukti (la liberazione), beatitudine trascendente e illimitata, e come bhukti, ossia come beatitudine mondana limitata”.

La disciplina tantrica, il sadhana, mira a fare sperimentare e conoscere tutte e due queste forme di beatitudine. Si crede che l’unico Dio Siva appaia sotto le spoglie delle molteplicità degli esseri.

“La beatitudine del godimento (bhogananda) fa tutt’uno con la beatitudine manifestantesi attraverso le forme limitatrici della mente e della materia. Chi è che gode e quale beatitudine si manifesta in tal guisa? A godere, è Shiva nelle forme dell’universo, e la beatitudine manifestata è una forma di quella beatitudine suprema che è il fondo ultimo di Shiva. Nelle sue funzioni fisiche il vira si identifica con l’insieme delle funzioni costituenti la vita universale. Egli è coscientemente Shiva nella forma della propria vita e di tutte le altre. Shiva esistendo sia in sé sia come il mondo, ci si può e ci si deve identificare con lui in entrambi gli aspetti…. Al sadhaka viene insegnato di non pensare di essere unito col divino solamente nella Liberazione, ma anche qui ed ora, in ogni azione che compie, tutto essendo invero Shakti. E’ Shiva quale Shakti ad agire nel sãdhaka e per suo mezzo. Quando si realizza ciò in tutte le funzioni naturali, l’esercitarle cessa di essere un atto puramente materiale e diviene un rito religioso. Perciò quando il vira mangia, beve o ha rapporti sessuali, non si considera come un’individualità separata che soddisfa i suoi speciali, limitati bisogni, … ma nel godere pensa di essere Shiva... Se associata alla meditazione e al rituale, la giusta unione sessuale può essere un mezzo per progredire spiritualmente, cosa che difficilmente capiranno coloro che hanno solo un’idea volgare e materiale di questa funzione. Per tal via la sessualità viene nobilitata e riceve un nuovo significato”.

Sarà opportuno ripetere e ripetere, per cercare di dissolvere i pregiudizi più radicati della nostra cultura, presenti nell’inconscio sepolto di ciascuna persona. Come mai è potuto succedere che i più profondi ideali morali e religiosi abbiano trovato una formulazione ed un progetto tendenti a rimuovere, dimenticare, reprimere la natura, il corpo e la materia?

“Al comune lettore, l’associare il mangiare, il bere e l’unione sessuale alla religione probabilmente sembrerà una cosa assurda, se non addirittura repulsiva. Egli potrà dire: ‘Tutto ciò è assai lontano da un pregare Iddio. Naturalmente sono cose che facciamo, essendo necessarie alla nostra natura animale, ma la preghiera e il culto non hanno nulla a che fare con tali volgarità. Possiamo pregare prima o dopo il prendere del cibo, ma gli atti fisici comunemente compiuti, con la preghiera non hanno nulla a che fare’.”

Sicuramente si è sviluppato un intreccio fra le interpretazioni filosofiche, l’organizzazione sociale ed i meccanismi profondi di difesa. Non ci possono essere facili risposte schematiche. L’esigenza della trasformazione e della realizzazione non comportava che si attribuisse il bene al distacco dalla natura ed il male al contatto con la natura. Gli attuali processi distruttivi presenti nella natura e nella società sono ottimi motivi per cercare di realizzare anche in occidente e nel pianeta tutto una diversa sensibilità per il corpo, per la natura, per il divino.

“Una simile idea si basa in parte su un dualismo fra Dio e la creatura, in parte su certe concezioni false e deprezzatrici circa la materia e le funzioni materiali. Secondo il monismo indù quel culto non solo è comprensibile (non mi riferisco però a sue particolari forme) ma è l’unico atteggiamento religioso conforme ai suoi principi. Nella sua essenza e nel suo spirito l’uomo è divino e unito allo spirito universale. La sua mente, il suo corpo e tutte le loro funzioni sono divine perché sono non soltanto una manifestazione della Potenza (Shakti) di Dio, ma sono questa stessa Potenza. Nelle funzioni materiali nulla è basso o impuro per la mente che le riconosce come Shakti e come azioni della Shakti. E’ una mente ignorante e volgare a considerare una qualsiasi funzione naturale come bassa o grossolana: in questo caso, la funzione è vista sotto la luce della propria interna volgarità”.

Il culto e la preghiera non consistono nel pronunciare formule in luoghi e tempi esclusivi, quasi allontanati dalla concretezza dei sensi e delle pulsioni. Essendo disposizioni interiori dell’anima, partono dall’accogliere tutto quello che esiste, celebrando il divino. Tutta la vita diventa un rito, un’arte della presenza, a se stessi, al divino, al mondo. ‘Certo, finché una persona considera impura o vergognosa una qualche funzione, la sua disposizione mentale è tale che, con essa, non potrà adorare’.

La differenza rispetto al principio del vira è, almeno praticamente, che questo è più radicale, nessun atto e nessuna funzione essendo esclusa, e che lo Shãkta essendo un monista, gli si insegna che l’offerta, nel culto, non è fatta se non al suo Se più essenziale, tale essendo il ‘Questo’. Così conformemente alla teoria di tale pratica, egli è portato a divinizzare le sue funzioni, ….Se queste funzioni vengono messe in disparte come qualcosa di volgare o di impuro, non sarà facile giungere a tanto. Vi sarà sempre qualche parte della vita di ognuno in cui Brahman non entrerà e che resterà una fonte di distrazione”.

Un aspetto molto complesso è costituito dall’armonizzazione fra la disposizione a riconoscere la divinità dentro di sé, e quindi fra i comportamenti tesi a sviluppare le potenzialità ed i talenti, ad unificare la propria persona, a realizzare il sé interiore, e la disposizione dell’adorazione e dell’amore al divino universale. Abbiamo visto con Abhinavagupta come l’aspetto teoretico-filosofico e l’aspetto religioso siano paralleli. Quindi l’abbandono alla devozione, all’adorazione, alla celebrazione, non attenua o non entra in difficoltà con l’amore e l’adorare se stessi come divinità. Costituisce invece una via di espansione.

(cfr. Antonio Sbisà, L’ebbrezza amorosa, Edizioni Mediterranee; corsi online ErbaSacra: Formazione affettiva e sessuale, Crescita personale)