L’umanità del counselor
testo di: Anna Poletti

Loris Adauto, logoterapeuta, counselor clinico e di comunità, racconta… di come tra le onde del mare nostrum, dopo un naufragio esistenziale, sia riuscito a dar senso alla sua vita.
Estratto dell'intervento di Loris Adauto al 14° Convegno nazionale di Counseling relazionale, sull’Umanità del Counselor (Tolentino febbraio 2009).

- Adauto, sei un counselor, ma più che altro ti definiscono un maestro di umanità. Qual è il segreto di questa tua umanità?

Personalmente penso di non aver trovato la mia umanità, se non nel fatto che forse può essere l’autenticità. La mia autenticità è nella mia imperfezione. È possibile che diventando più vecchio forse troverò qualcosa di cos’è l’umanità. Per adesso ho trovato che sono imperfetto e posso essere umano nel momento in cui vivo autenticamente questa imperfezione. Insegno la via dell’imperfezione, perché non so fare altro. Si dice che quando non sai fare altro insegni, no?

- Cosa insegni nel tuo counseling umanistico?

Raccontare è la forma più antica e forse l’unica forma di terapia che esiste. Si è sempre raccontata la storia intorno ai fuochi, danzando, cantando, interpretandola e questa era la terapia. La terapia è quindi data dall’ascolto della storia, ma al giorno d’oggi non si ascolta più, per cui non si può narrare… La storia adesso è diventata cronaca. Siamo diventati dei gran raccontatori di storielle ma abbiamo perso la nostra storia, perché abbiamo perso chi la ascolta. Nel counseling che insegno “narrare ed ascoltare” significa cercare di scoprire nella grande storia, che è ognuna delle vite che incontro, qual è il mito che la anima e le dà senso. Non si trova il mito nella cronaca. Il mio maestro mi ha insegnato che bisogna rovesciare il tappeto e guardare la trama per capire qual è il mito e quindi il senso della storia.

- Qual è il mito della tua storia personale?

Il mito che ho scoperto nella mia storia è quello del naufragio. È il nostos, il mito del ritorno, il viaggio di Ulisse. Il mio viaggio comincia subito dall’inizio con un naufragio, con il rifiuto della vocazione. Io credo che a parte i normali traumi che abbiamo subito tutti dalla madre, dal padre e dalla famiglia, il vero dramma è quando sentiamo la chiamata e rispondiamo “no”!
A me è successo così. La Vocatio si è fatta sentire nello stesso momento in cui si facevano sentire gli ormoni, per cui alla Vocatio ho preferito l’eiaculatio. Mi sono perso perché da quel momento in poi ho cominciato a seguire qualcosa che era al di fuori di me e non la mia voce interiore. La vocazione si basa sui talenti che abbiamo dalla nascita; rifiutando la vocazione, si rifiutano i talenti… e si finisce nell’inferno, come racconta la parabola.
L’inferno in cui sono finito io era la dipendenza, e non per niente mi sono specializzato in dipendenze, perché non “fai il counselor” ma “sei un counselor”. La dipendenza si definisce come lo spostamento del centro al di fuori di sé. L’ideologia che ho seguito mi chiamava fuori da me e il mio benessere dipendeva da qualcosa che non ero io, fino ad appoggiarmi a sostanze, ideologie, innamoramenti, che sono la dipendenza più pericolosa di tutte. Quando ho incontrato la Logoterapia ho scoperto che avevo perso il senso. Il senso si smarrisce quando si perde il contatto con la voce interiore: da quel punto in poi non si ha più una guida. Il mio naufragio è iniziato nel momento in cui ho rifiutato il senso e come fanno in tanti, anch’ io ho cercato “cose” per riempire il vuoto. Ho trovato l’antisenso, la dipendenza.

- Come si trova il senso della propria vita?

Crisi è un ideogramma cinese che si scrive con 2 glifi: uno vuol dire ”sfiga” più o meno, l’altro vuol dire “opportunità”. Arrivai al culmine della sfiga ed iniziò l’opportunità. Ulisse si trova a bagnomaria nel Mediterraneo, ha perso tutto, i compagni, i tesori che aveva rubato e si trova attaccato ad una trave in mezzo al mare. A quel punto invoca la dea, la sua voce interiore, qualcuno che è al di sopra del suo Ego e che pian piano lo porta a casa. Il culmine del nostos è la crisi, e l’opportunità arriva quando lasciamo la nostra superbia per cercare qualcuno che ci riporta a casa. Io ho trovato un logoterapeuta, il mio maestro, un filosofo che mi ha insegnato tutto quello che so di logoterapia semplicemente mostrandomi com’era lui. La cosa più eccezionale che ho imparato da lui è che il senso esiste e che non ero un pazzo; ero una persona alla ricerca di un senso.
Il mio ritrovarmi è iniziato in Amnesty International ed in particolare nel corso della campagna per la liberazione di un prigioniero argentino. Quella persona ad un certo punto fu liberata dal carcere argentino, ed io ebbi avuto una visone: vidi lui che usciva dal carcere e sua moglie e suo figlio che lo aspettavano fuori. Li è iniziata la mia conversione, in quel momento ho visto un mondo che si salvava e il mio progetto è diventato: “ne tiro fuori uno, me ne basta uno”.
Con questo vocazione ho cominciato a lavorare in una comunità terapeutica. Non più con l’ideologismo di cambiare un mondo ingiusto, ma con la convinzione di poter aiutare un uomo alla volta, un mondo alla volta. L’incontro con i tossici è stato stupefacente perché mi hanno insegnato l’auto aiuto, il confronto, la condivisione e l’autenticità. In comunità lavori come modello e ti assumi il rischio di mostrare agli altri chi sei.
La vera crisi che è arrivata a 50 anni. Dio, voi chiamatelo come volete, improvvisamente mi ha tolto tutto. Mi ha tolto la moglie, il figlio, la casa, mi ha tolto il maestro, mi ha tolto il padre e anche la pizzeria dove andavo a ubriacarmi: un disastro. Li ho capito che quello era il vero momento in cui io ero a mollo nel Mediterraneo. Ho capito anche la differenza che c’è tra Ulisse e il Figlio prodigo: Ulisse è tornato a casa dell’Ego, il figliol prodigo è tornato a casa del padre, che è il Sé. L’Ego che torna al Sé, completamente arreso alla voce interna, che per un logoterapeuta è l’orientamento alla costellazione dei valori. Da quel punto in poi ho fatto un patto con Dio e ho detto: “Ok, io mi occupo di seguire quello che vuoi tu, tu mi dai tutto il resto, quello che mi serve”. Ho preso sul serio la parabola degli uccelli e dei gigli, e abbiamo fatto proprio un contratto: “io faccio quello che tu vuoi, poi tu mi dai la grana, perché non posso fare le due cose insieme”. Vi assicuro che funziona se siamo in grado di seguire la voce del senso. Il senso è assolutamente in grado di provvedere a noi e questa è la novità di questa crisi. La crisi serve a farci recuperare l’essenza dell’amore.