Da dove proviene il male?
testo di: Manuela Racci <> tratto da:  Non solo anima TV 

Si deus est cur malum? Come mai esiste il male? La risonanza forte e angosciata di un quesito antico come l’uomo...

Quare aliqua incommoda bonis viris accidant, cum providentia sit”: sono queste le parole famose con cui si apre il dialogo di Seneca su La Provvidenza. Il tema è antico come la storia delle filosofie e delle religioni: “Perchè mi adoperi come un bersaglio e fai di me il centro del tuo tiro”? era una delle domande fondamentali del Libro di Giobbe. Domanda che in duemila anni ha ricevuto risposte lungo due diverse direttrici: quella che ha il suo capostipite in Epicuro e che in sostanza nega ogni intervento nelle vicende umane, mettendo in dubbio l’essenza stessa della Provvidenza, e quella che invece parte dagli Stoici, per i quali l’esistenza del male è necessaria a definire l’esistenza del bene.

Seneca appartiene a questa seconda filiera e il suo saggio è una vera e propria difesa degli dei, atta a scagionare l’accusa di non evitare il male ai buoni. Il vero male per Seneca è quello morale, estraneo per definizione al vir bonus: i mali, le sofferenze fisiche e psichiche sono solo inconvenienti o avversità mandati da Dio all’uomo per provarne la capacità di sopportazione ed esaltarne la forza morale. Di qui, un rapporto molto fruttuoso con ciò che nei secoli successivi sarebbe confluito nel pensiero cristiano, in particolare quello di Agostino, per il quale la sofferenza mette alla prova la gratuità dell’amore umano nei confronti di Dio.

Ma le idee di Seneca toccano anche tutta una serie di testi fino a giungere ai Saggi di Teodicea di Leibniz (1710), gli scritti derivanti dalle conversazioni che il filosofo tedesco ebbe con Sofia Carlotta, regina di Prussia nel giardino di Charlottenburg per educarla a rispondere alla “scandalosa” domanda di Malebranche: “Perchè mai Dio ha voluto che piovesse abbondantemente sulla superficie degli oceani, mentre sui deserti, dove una goccia sarebbe tanto utile, non piove mai?”. Scrive Leibniz: “Vi sono due labirinti famosi, nei quali molto spesso la nostra ragione si smarrisce; il primo riguarda la celebre questione della libertà e della Necessità, grave soprattutto per il problema dell’origine del male; l’altro si riferisce alla questione del continuo e degli indivisibili, che ci riportano alla considerazione dell’infinito. Il primo mette in imbarazzo l’intero genere umano, l’altro soltanto i filosofi”.

L'intero genere umano: dunque il quesito si configura come un labirinto all’interno del quale la parola Provvidenza si intreccia e si perde con altre come Fato, Fortuna, Libertà, Grazia... e soprattutto è universale, appartiene ad ogni uomo, è carico di tradizioni e molteplici soluzioni, spaziando nell’arco dei secoli. Dalla filosofia alla letteratura: l’epicureo Lucrezio ”Ma perchè Giove lascia stare chi dovrebbe colpire o colpisce chi non lo merita? (De rerum natura, V, 1233-1234), Dante “O è preparazion che nell’abisso del tuo consilio fai per alcun bene in tutto dell’accorger nostro scisso?” (Purgatorio, VI, 121-123); Sthendal che chiude così la questione: “Dio ha una sola scusa: che non esiste”; fino a Dostoevskij che fa dire a Ivan Karamazov “Se lo spettacolo dell’armonia cosmica deve pagarsi con la sofferenza dei bambini, io sono pronto a restituire il biglietto” o a Camus “Solo il sacrificio di Dio innocente poteva giustificare la lunga e universale tortura dell’innocenza”...

Oltre duemila anni trascorsi tornando sempre a quel punto di partenza che poi ogni essere umano conosce dentro di sé quando viene a contatto con dolori o comunque espressioni acute del male, perché ogni volta che la questione si presenta con rinnovata drammaticità, si rimette in discussione lo stesso concetto di Dio, sottolineando il valore del dolore nella vicenda umana.

Affascinante e suggestiva resta ancora oggi la celebre risposta che è stata data da Agostino di Ippona, forse il più alto tentativo filosofico e teologico di sciogliere la grande quaestio... la spiegazione offerta dal filosofo cristiano suona così suggestiva che per secoli ha costituito un punto di riferimento e tuttora mantiene la sua validità forse perché le risposte che egli propone sono un vero attraversamento personale, passano prima di tutto il cuore e la carne dell’uomo Agostino...non si tratta infatti di indagare soltanto l’origine metafisica del male, ma di spaziare sull’analisi impietosa e disincantata della volontà scissa e sul fascino misterioso che dal male proviene...

Il vescovo di Ippona è uno dei pensatori occidentali che ha vissuto con maggior tormento il problema del male, cimentandosi sistematicamente su di esso; il suo temperamento sensibile, la sua vivace intelligenza, la sua esperienza esistenziale di uomo di mondo e di pervicace peccatore lo hanno portato a capire molto presto che il mondo e l’uomo celano una somma sconcertante di mali fisici e morali... Si Deus est unde malum? è il primo interrogativo che per anni affatica Agostino, nel tentativo di definire il posto che il male occupa in un universo caratterizzato dalla presenza di un Dio inteso soprattutto come amore... ”Quando si chiede da dove deriva il male, prima bisogna cercare cosa sia il male” scrive il filosofo, cambiando prospettiva speculativa, in quanto, trovando inconciliabile la realtà del male con la bontà perfetta di Dio, si risolve a negare la realtà sostanziale del male: il male è una forma di non-essere del bene, è una privatio... Dio ha creato tutte le cose, per cui tutto ciò che è, in quanto è, è bene, quindi essere e bene coincidono e sanciscono il male come privazione di bene, come carenza di bene. Il male poi è funzionale e complementare al bene, nel senso che anche ciò che a noi sembra male, in realtà concorre all’armonia del tutto, anche se ciò sfugge al nostro ingenio deficitario.

La presenza dei malvagi contribuisce all’evidenza dei buoni, allo stesso modo in cui le antitesi giovano ad abbellire un carme, o le ombre sono indispensabili per dar risalto alle luci e i silenzi e le dissonanze servono per esaltare una sinfonia... dunque il male non ha una sua consistenza ontologica poiché come tale non esiste ma è solo il momento di una totalità che di per sé è bene... Eppur noi temiamo continua il filosofo, spostando il male dalla sua dimensione ontologica a quella esistenziale, quella che attesta che il male fa parte della nostra stessa vita e che pur essendo un nulla, si presenta come un nulla tentatore, inquietante e affascinante, perché fa appello alla libertà del soggetto di fronte all’ordine del creato e lo spinge a rendersi autonomo e ad affermare la sua volontà e il suo potere... ma così facendo l’uomo raggiunge solo un’ombra... è il problema sottile del dramma della volontà che, libera di scegliere, può decidere di attaccarsi troppo ai beni inferiori, facendo di essi una fruizione, piuttosto che indirizzarsi verso Dio, il bene assoluto, l’unica vera fruizione per l’uomo... il male viene così a configurarsi come una scelta umana non corretta, un’aversio a Deo e una conversio ad creaturam, non imputabile certo a Dio ma alla costitutiva incertezza della volontà dell’uomo e del suo continuo ondeggiare, di cui Agostino ha più volte fatto una bruciante esperienza...

Ma, è stato detto, Agostino non poteva prevedere Auschwitz.... ”Auschwitz ha dimostrato inconfutabilmente il fallimento della cultura. Il fatto che potesse succedere in mezzo a tutta la tradizione della filosofia, dell’arte e delle scienze illuministiche, dice molto di più sul fatto che essa, la cultura, non sia riuscita a raggiungere e modificare gli uomini” (Adorno)... la realtà dei campi di concentramento e, in generale, degli eccidi del XX secolo, porta a riflettere sul totale fallimento della cultura umanistica occidentale e sull’assoluta vacuità di ogni visione ottimistica e consolatrice della storia... Di fronte allo scatenarsi di quella furia, Dio restò muto, scrive il filosofo Jonas, tacque, abdicando ad ogni forma di potere divino; alla domanda disperata dei condannati a morte non si può rispondere con le formule tradizionali del passato di un Dio buono e onnipotente... l’epifania del male assoluto del ‘900 impone un ripensamento teorico del concetto di Dio,”per riflettere sulla sua debolezza, sulla sua impotenza nei confronti del male e sul suo prendersi cura dell’uomo tanto da essere coinvolto nelle sue vicende”...

Che resta da fare allora all’uomo di oggi? Forse l’immagine più vicina alla sensibilità moderna e foriera di cogenti spunti di riflessione è quella di Edipo re consegnataci dalla tragedia greca, Edipo come sentinella del male... ll male infatti non sempre si presenta in modo brutale e improvviso, ma spesso si cela sotto spoglie di apparente e tranquilla quotidianità, spingendoci ad accettare con anestetizzante indifferenza il disordine che ci circonda. Per contrastare questa seducente tentazione bisogna tenere gli occhi aperti, sgranati sul male, senza avere paura di guardare fisso il cuore dell’orrore, nella consapevolezza che il male alberga dentro ognuno di noi, è la nostra Ombra...

Il filosofo francese Glucksmann scrive Nulla di quello che è inumano ti è estraneo, nel senso che riconoscere dentro di noi l’esperienza del male, della caduta, della miseria umana serve come antidoto ad ogni forma di chiusura fanatica e integralista e come spinta a contrastare il negativo, riconoscendone la sua capacità di attrazione, come dice Agostino... Guardare il male senza abbassare gli occhi, scrutarlo nelle sue pieghe più scomode e scandalose, chiamarlo senza paura col suo nome diventa occasione morale per elevare un grido di ribellione in difesa dell’uomo e della sua dignità calpestata e offesa dal dolore... il che vuol dire che solo dalla pietà scaturisce lo scandalo dell’esistenza del male, solo agli occhi della pietà il male è tale. “Il giorno in cui il male non ci scandalizzasse più, in cui l’acqua del ruscello che passa sul volto di un bimbo annegato ci lasciasse indifferenti come quando la vediamo passare sui sassi, allora davvero per noi Dio non ci sarebbe più definitivamente” (S.Quinzio).

Dire Dio può allora significare bisogno esigenziale di redenzione, di riscatto di tutto il dolore, presente e passato... Dire Dio è esercitare l’arte della pietà, quell’arte sentimentale che Dante ben conosce, soprattutto di fronte al dolore e al buio delle anime perse dell’Inferno... Mostrare e credere nell’esistenza del male non è allora una prova dell’inesistenza di Dio, visto che, paradossalmente, è lo stesso male ad implicarne l’esistenza.