Donne allo specchio: Eloisa, colei che andò oltre l’amore
testo di: Manuela Racci <> tratto da:  AuraWeb 

“Ti ho amato di un amore sconfinato… La mia anima non era con me ma con te, e se non era con te non era in nessun luogo…”

Ci sono incontri, nella vita, irrinunciabili. Incontri che sembrano già preesistere alla tua stessa volontà, fissati in un percorso fenomenologico, figure già depositate lungo il sentiero universale dell’evoluzione interiore, gradi di una via già tracciata e spianata. Incontri in attesa di te. Possono essere persone, accadimenti, eventi, sentimenti, ma anche libri, personaggi.

Eloisa, per me docente pervicace di materie umanistiche, è stato l’ultimo dei tanti incontri che da anni fanno incursione nella mia vita professionale e personale, vere folgorazioni che attraversano la mia carne. Ella, in virtù della potenza della sua passione indomita verso l’amato, ha avuto il potere sottile di seducere la mia mente e di commuovere il mio cuore, poiché la forza del sentimento che Eloisa esprime, anche con violenza, sa risvegliare emozioni segrete e intime, mettendo in moto il composito e contraddittorio universo sentimentale verso una sofferta riflessione personale. Il potere dello specchio!

Ma chi è veramente Eloisa? Il suo nome è indissolubilmente legato a quello ben più famoso di Abelardo, divenendo exemplum immortale di coppie celebri per il loro impossibile amore, Tristano e Isotta, Romeo e Giulietta, Abelardo ed Eloisa, e la sua figura è sempre passata in secondo piano rispetto alla grandezza, alla fama, alla determinazione del fascinoso maestro di dialettica, uno dei più significativi filosofi della Scolastica medievale, da lei amato fino alla morte.

Ma se si ha la fortuna di imbattersi nella lettura delle Lettere che costituiscono il carteggio tra i due amanti dopo la dolorosa e definitiva separazione, il lettore può davvero sperimentare la convinzione personale che certi libri non siano solo da leggere, ma da vivere, poiché solo così leggere diviene viaggiare, viaggiare nel mistero del libro e dentro se stessi. Non potendo infatti sottrarsi al fascino e alla forza che sprigiona tale straordinaria creatura che fece dono assoluto di sé all’uomo che tanto amava, diviene inevitabile innamorarsi di Eloisa, la cui singolare levatura viene così a surclassare quella dello stesso Abelardo.

Oggi, nella quiete del cimitero parigino di Père-Lachaise, i due amanti riposano insieme. Una leggenda racconta che, quando nel 1164 il corpo di Eloisa fu calato nella tomba accanto a quello dell’amato sposo morto vent’anni prima, lui aprisse le braccia per accogliere e cingere quel corpo tanto atteso “Ed aspettarti per un abbraccio definitivo ed eterno fino al giorno del giudizio divino”.

L’ombra e la dolcezza di un’arbore amica proteggono il loro sepolcro e sembrano raccontare al viandante le note dolorose e intense della più grande storia d’amore del Medioevo, una storia che ha i toni drammatici e foschi di una tragedia shakespeariana, ma allo stesso tempo la dolcezza lirica e la commozione che solo un amore incondizionato e assoluto può sprigionare.

Era bella Eloisa, la più bella e acculturata studentessa dell’università di Notre-Dame a Parigi, nipote del canonico Fulberto con cui viveva, in quanto orfana. Alta e di belle proporzioni, occhi azzurrissimi, la fronte ben incurvata e armonizzata con le altri parti del viso, con una mascella adornata di bianchissimi denti. Avvenente, dunque, ma anche dotata di grande vivacità intellettuale e profonda intelligenza, colta al punto tale da tener testa agli uomini nei ragionamenti dialettici.

Se per aspetto non era tra le ultime, per la profonda conoscenza era la prima; ella godeva di grande prestigio perché è molto raro trovare in una donna una simile conoscenza delle discipline letterarie. Per questo il suo nome veniva ripetuto in tutta la Francia”. Dunque, Eloisa è la prima donna intellettuale del Medioevo, parlava di Didone, di Cornelia con un latino raffinato ed elegante. Le immagini le sbocciavano come fiori sulle labbra, “poteva esprimere la musicalità di Virgilio o il brio quasi volgare di Giovenale, l’eleganza di Orazio, la tristezza di Ovidio…” (A. Audouard, Addio mia unica).

La sua fama giunse ad Abelardo, il filosofo rivoluzionario ed anticonformista, l’altro versante del Medioevo, altero e superbo, amato e ricercato, consapevole del fascino che esercitava in virtù della sua eloquenza e del potere della sua parola. “infiammato dall’amore per questa fanciulla, cercavo un’occasione per conoscerla” (Lett.I,52). Abelardo, infatti, che fino a quel momento aveva sempre vissuto castamente (io che fino ad allora avevo condotto una vita di continenza), pensò di legare a sé la bella e famosa Eloisa con uno stratagemma: farsi assumere come insegnante da Fulberto che, in piena fiducia e con orgoglio, gli affida la nipote come allieva.

Così, la prima immagine con cui Eloisa si fa incontro al lettore è quella di una giovane di singolare bellezza che, avvolta in un manto azzurro, un fiore d’oro sui lunghi biondi capelli, unica femmina in mezzo a una folla di studenti, in un giorno di primavera del 1116 attende con emozione e trasalimento l’arrivo del Maestro Pietro detto Abelardo. L’Ile de Paris è in fermento, gli studenti di Notre-Dame hanno colorato il cielo con il lancio in aria del loro berretti, la notizia è dilagata in un attimo: “Arriva, finalmente arriva, finalmente Abelardo verrà!

Il lettore è immediatamente catturato dalla perizia psicologica di Eloisa che, con abile capacità di scandaglio interiore, descrive l’emozione che la paralizza e la trepidazione che le fa tremare i polsi. Sembra davvero presentire l’incontro fatale di due anime profonde, due nature singolari ed eccessive, votate alla beatitudine e nello stesso tempo alla perdizione. La lettera in cui Eloisa ricorda quel giorno è un vero capolavoro di poesia, un esempio di sublime letteratura romantica, dove, con il fuoco della sua scrittura, dimostra come in un’epoca in cui solo Dio poteva essere oggetto di un amore smisurato, proprio una donna era in grado di andare oltre, ebbra d’amore per un uomo e di fare di quel sentimento un mito, una leggenda, un archetipo di riferimento assoluto per tutti gli amanti a venire.

C’è subito, fin dalle prime note, la presa di coscienza che quell’amore sarà immortale. Si insinua già in lei il malessere della gelosia, al pensiero di tutti i cuori che Abelardo ha infranto; bello da togliere il respiro, era tale il suo fascino che tutte si giravano a guardarlo “tanto il collo gli rimaneva anchilosato all’indietro”. Donne innamorate non solo per la sua fama di ribelle maledetto e perseguitato, ma anche per le sue celebri canzoni d’amore cantate sotto le finestre alle ragazze, così intense da farne un mito, un eroe. E’ per Eloisa una vera paralisi del cuore e della mente, nella prepotente consapevolezza che Abelardo è già diventato il sangue nelle vene, l’aria che respira. “Finalmente eri qui e oltrepassando le mura che cingevano l’Ile, fiero e sicuro di te, ti consideravi l’unico filosofo della terra”.

Negli occhi del bretone trentacinquenne la giovane donna vede guizzare l’oceano immenso, inesauribile fonte di vita e di morte, che tra le piogge e le maree possenti leviga le granitiche coste, “ma al di là delle rosse scogliere, appena alle spalle delle spiagge di bianche conchiglie e di friabile bionda arenaria, ecco aprirsi e allargarsi d’incanto un paesaggio dolce, ondulato, verde, gentile, profumato di rododendri e di ortensie, di eucalipti, mimose, camelie. E non c’è più vento, non infuria mai la tempesta. Mi bastò ascoltarti una volta. La tua parola mi penetrò come una fiamma luminosa e compatta, incendiando il mio cuore. Iniziava così la nostra d’amore”.

La passione divampa, bruciante, irrefrenabile e imperiosa. Eloisa riesce a dispiegare con toni moderni e commossi le pieghe più recondite di quel sentimento, i recessi più inconfessabili di un amore profondo e complesso. “Ci amavamo dappertutto, in ogni momento, avevamo sete e fame di noi. Non riuscivamo a staccarci. Furono ore, giorni, mesi di assoluta felicità. Aprivamo un libro, ma più che di filosofia parlavamo d’amore. Il mio corpo aveva acceso i tuoi sensi. Eravamo sconvolti dal desiderio”.

Come non avvertire e raccogliere con gratitudine il commosso incanto del cuore che giunge fino a noi, lettori moderni, pieno di suggestione? “E se in amore si poteva inventare qualcosa di nuovo noi lo inventammo. Non eravamo mai sazi: il piacere provato era tanto più grande perché non lo avevamo mai conosciuto. Del tuo smarrimento, dello sperdimento in cui ti aveva abbandonato l’amore, io ero felice: una bambina eccitata dalla trasgressione che compiva in segreto e con te. Ti amavo tanto da sentirmi persino capace di fare a meno di te. Avevi composto i Carmina Amatoria per me, che subito erano diventati popolarissimi: li sentivo cantare dappertutto. Come in uno specchio illuminato dal sole, io vedevo me stessa, amatissima amante”.

Colpisce la forza della parola che Eloisa sa orientare con pregnanza dentro il campo semantico dell’eros, esprimendone gli aspetti, le sfumature, le note più brucianti, a volte velatamente, a volte gridando tutto il dolore del ricordo indomito e privo di pudore con blasfema sincerità e immutato ardore. E nello stesso tempo stupisce la sottile capacità di correlare quella potente e mai sopita passione all’universo più articolato dell’amore che lei sa davvero cogliere in tutte le sue implicazioni: possesso, gelosia, egoismo, ma soprattutto purezza di sentimenti assoluti che sa trasformare la passione carnale in echi di suprema bellezza spirituale.

A questo punto anche il lettore scopre dentro di sé un mondo che non sapeva di possedere e, non potendo più tornare indietro, ripercorre in drammatica empatia tutte le tappe dell’infelice storia dei due amanti e del loro tragico destino. La separazione forzata, causa le chiacchiere, i pettegolezzi e le gelosie, l’impossibilità di resistere al non vedersi, il bisogno di continuare a perdersi in quell’amore (la consapevolezza dell’irrimediabilità dello scandalo ci aveva reso insensibili allo scandalo stesso), la scoperta di essere incinta, la fuga dei due amanti presso la sorella di Abelardo e la nascita del piccolo Astrolabio-colui che abbraccia le stelle-; il dolore della fuga e la vergogna del disonore per lo zio Fulberto, la richiesta di perdono da parte di Abelardo dichiarandosi disposto a sposare Eloisa, anche se segretamente, poiché, essendo un chierico, per poter continuare a insegnare, doveva tenere nell’ombra la moglie.

Si ferma il lettore, a questo punto, a leggere quasi con incredulità le motivazioni addotte da Eloisa a far sì che Abelardo desista dal proposito del matrimonio. Eloisa non vorrebbe sposarsi, in nome della purezza assoluta dei sentimenti, in nome dell’“amore incondizionato” affrancato da vincoli angusti, espressione diretta dell’eros che per non essere svilito a routine, deve essere sottratto alle catene delle regole e delle convenzioni. Un modo di pensare poco medievale!

Quante lacrime verserebbero coloro che amano la filosofia a causa del matrimonio! Cos’hanno in comune le lezioni dei maestri con le serve, gli scrittori con le culle, i libri e le tavolette con i mestoli, le penne con i fusi? Come può chi medita testi sacri e filosofici sopportare il pianto dei bambini, le ninne-nanne delle nutrici, le folle rumorose dei servi?A una donna innamorata il nome di sposa può apparire addirittura santo, ma pur di vederti libero, a me sarebbe bastato quella di amica, amante. Se non ti offendi mi sarei accontentata di chiamarmi addirittura la tua sgualdrina. In te ho cercato solo e amato solo te, ho desiderato solo te, non ho voluto soddisfare la mia volontà e il mio piacere, ma te e il tuo piacere, lo sai bene”.

E ancora “Alla fine però sei riuscito a impormi la tua volontà: ti avrei sposato. Piangendo tra le tue braccia, avevo sussurrato: ‘Non ci resta che perderci l’un l’altra, e soffrire ancor più di quanto non abbiamo amato’. Presentivo una tragedia imminente”. E la tragedia porta il nome della vendetta dello zio di Eloisa che, per lavare l’onta del matrimonio segreto, fa evirare Abelardo da due sicari, costringendolo, per la vergogna (Non entrerà nella comunità del Signore chi ha il membro contuso o mutilato-Deuteronomio,23,2), a rinchiudersi in convento a S. Dionigi, rinunciando per sempre all’insegnamento.

Per ordine di Abelardo, anche Eloisa prenderà il velo, piegandosi di nuovo alla volontà dell’amato, sepolta viva in convento (prima all’Argenteuil, poi al Paracleto, donatole dallo stesso Abelardo), lei così attraversata dalla pienezza e dall’ardore della vita, dalla bellezza terribile e sublime. “L’amore viene custodito nel silenzio dei monasteri dove entrambi si ritireranno: lui, mutilato nel corpo e represso nel pensiero, per trovare pace nella sublimazione dell’amore divino; lei monaca per amore del suo uomo, e non per amore di Dio” (E. Ferri, Per amore): “Io sono qui non per amore di Dio, ma per amore tuo, perché me l’hai ordinato e Dio che legge non solo nei cuori ma anche nei visceri, questo lo sa. Poiché tutto quello che ho fatto per te e con te l’ho fatto SOLO PER AMORE, non per lascivia”.

Il distacco lacerante durerà vent’anni, fino alla morte di Abelardo, un vuoto riempito da un corrispondenza fatta di ombre tormentose e inestinguibile luce. Abelardo in qualche modo nega e rifugge dal ricordo del fuoco della passione, esalta l’amore tra gli esseri umani, parla di charitas, chiama l’amata -sua moglie- “sorella”, anche se a volte, spinto dalla richiesta pressante di Eloisa a ricordare, sgrana la fitta rete della sua difesa e fa traboccare qualche flutto dell’onda impetuosa che ancora gli si agita dentro, segno involontario di momentanee cadute di controllo;

Eloisa, invece, non desiste dal ricordo, continua a rivendicare ciò che ha avuto e non possiede più, senza alcun pentimento, con un pervicace rifiuto della volontà divina, salmodiando ogni abbraccio anche durante la Messa “Io non sono affatto guarita, io non posso fare a meno della tua medicina…sono tanto debole, senza di te, che potrei cadere prima che tu mi raggiunga per tenermi in piedi. Ti ho sempre in mente, da ogni parte io guardi, vedo soltanto te e tutto quello che abbiamo fatto insieme, non posso calmarmi neppure quando dormo. Perché la sublimazione si dovrebbe raggiungere soltanto annichilendo i sensi e il sentimento d’amore che si prova verso un’altra persona?”.

Eloisa non mente, non sa e non vuole mentire, è una peccatrice sfrontatamente, stupendamente irredenta, “è un infrenabile torrente di inni al peccato del corpo e dello spirito” (E. Guarneri, Di un amore senza fine). E questo le conferisce una straordinaria fierezza, è un modello d’esame di coscienza che non lascia equivoci né zone d’ombra, nessuna indagine psicologica potrebbe scendere giù negli abissi dell’anima più di quanto non faccia lei stessa, consapevole vittima di un sacrificio sublime sull’altare di Afrodite.

Che senso ha dire che si è pentiti dei propri peccati e umiliare il proprio corpo se la mente è ancora pronta a peccare e anzi brucia della stessa passione di un tempo?” Parole di una donna del XII secolo, che continuano a impressionare e a stupire quanto la lettura di alcune pagine degli atti del processo di Virgina de Leyva, la manzoniana Monaca di Monza, di ben cinque secoli più moderna. Dunque, se c’è obbedienza non è a un uomo, ma alla forza dell’amore, inteso come dono incondizionato di sé.

La resa di Eloisa non è espressione di debolezza, di mancanza di ferrea volontà, di passiva sottomissione al dispotismo dell’uomo-padrone, ma esprime tutta la forza interiore e la fierezza di una libera scelta: la scelta di sottomettersi alla volontà dell’Amore, inteso come dono disinteressato per il bene dell’altro. La scelta di Eloisa non dipende dalla medievale convinzione di una presunta superiorità dell’uomo sulla donna, ma dal riconoscimento della superiorità dell’Amore, di fronte a cui è spinta a inchinarsi, sacrificando se stessa. Amore da virtù, amore libero e sincero, che non si cura di sé ma dell’altro, mescolanza se vogliamo di libera scelta e di resa fatale all’eccezionalità dell’amato.

In fondo, così volevano anche i testi sacri del tempo ben familiari a Eloisa: dal De Amicitia di Cicerone dall’Ars Amatoria di Ovidio, al Fedro di Platone, una forma d’amore anche questa, per un’intellettuale come era lei, lei che è tutta amore. Facile comprendere allora come le lettere di Eloisa abbiano avuto un’influenza enorme. Qualcuno le considera fondatrici dello stesso Umanesimo, nel loro essere un’orgogliosa rivincita nei confronti di un destino di annichilimento, in nome dell’amore libero, disinteressato e gratuito.

Non ci sono smagliature nel comportamento e nel pensiero di Eloisa, nessun dubbio può insinuarsi sulla tenacia e la profondità del suo amore. La forza estrema e l’impatto emotivo che riesce a conferire alle sue parole sono l’unico mezzo che ha per eternare l’autenticità del suo sentimento. La memoria è incancellabile e irrevocabile. Irresistibile Eloisa, che combatte con le armi della vita, della libertà e della passione, senza riserve né menzogne, con una totale disponibilità al rischio.

Allora Eloisa vince su Abelardo. Abelardo ha i piedi nel fango e la testa nelle nuvole, vive sempre troppo in basso o troppo in alto, lei ogni volta lo rimette in piedi. La parte migliore di Abelardo è Eloisa (E. Gilson), perché se Abelardo è la ricerca della Conoscenza e della Verità, Eloisa è la Vita e lo Spirito, e proprio perché è Vita è anche Eros e Morte, è espansione e contrazione, è il limite temporale e il superamento del limite stesso, è proprio quella verità cui Abelardo anelava.

Certo, Eloisa ha sofferto molto per colpa di Abelardo, ma due cose almeno sono inoppugnabili: che avrebbe rifatto dieci volte quel che fece, anche a rischio di salire “dieci volte lo stesso calvario, e che avrebbe sofferto come la peggiore delle ingiurie il fatto che qualcuno potesse credere di innalzarla sminuendo Abelardo. Io credo che non avrebbe permesso a nessun’altra donna di mettere le mani sul suo idolo” (E. Gilson).

Si dice che, nel momento estremo, il bretone maestro, mentre l’ultimo respiro vitale si spegneva sulle sue labbra, abbia sussurrato fremendo “Addio mia unica”. E’ l’ultimo regalo per colei che in realtà mai ha smesso di amare, quella parola tanto agognata da Eloisa che la sciogliesse dal dubbio tormentoso e lacerante di non essere stata veramente amata. E’ la libertà per Eloisa, il congedo dalla paura dell’oblio, l’estrema prova d’amore attesa per vent’anni.

Abelardo ha portato con sé Eloisa, come sua parte di eternità. “Si passa la vita ad amare e non si sa niente, fino all’ultima parola, fino all’ultimo respiro. Ti serberò nel cuore. E quando, presto, toccherà a me andarmene, ti dirò le stesse cose”. Così scrive Eloisa nell’ultima lettera indirizzata all’amato sposo, il cui corpo sta per essere restituito all’amata consorte, per espressa volontà dello stesso, e sepolto al Paracleto, di cui lei è oramai badessa. “Stai per tornare , mio bene, e adesso è per sempre. Ti aspetto per l’ultima volta”.

Guglielmo di Oxford, allievo fedele di Abelardo e testimone partecipe e dolente di questa vicenda d’amore che va oltre le barriere del tempo, ci ha forse lasciato le parole che meglio suggellano la grandezza di Eloisa , consegnandola per sempre all’affetto e alla commossa simpatia dei posteri : “Sarai la prima Eloisa. Sarai la prima Eloisa che gli uomini possono amare e il tuo amante il primo uomo. Sì, ci sono stati Adamo ed Eva, ma voi sarete l’Adamo ed Eva dell’Amore”. E a me, come ad ogni lettore di sempre, al termine di questo viaggio sentimentale dentro l’universo di Eloisa, il cuore sembra stringersi, poiché colombe di struggente nostalgia s’involano da lui.

Ho Fede in questo Amore, e mi piace credere nella forza eterna delle sue parole, nella certezza che Eloisa ed Abelardo si regalarono parole oltre l’umano, rubate al linguaggio degli angeli. Mi piace credere che anche il mio cuore potrebbe risuonare dell’eco di alcune di quelle parole, poiché proprio le parole d’amore da loro usate sono state le prime che tutti noi, esseri che amano, abbiamo compreso, in virtù delle quali ogni uomo e ogni donna, da sempre, ripercorrono il cammino per ritrovare le vie segrete e sofferte del cuore.

Sale la consapevolezza che forse nulla finisce mai veramente e che ciò che resta incompiuto e sospeso s’insinua e s’imprime nella nostra anima per tutta la vita col sapore del rimpianto struggente e inutile. Allora, forse, lasciare "tracce d'amore" come Eloisa è la sola cosa capace di far sì che nessuna vita sia vana.