Maestro... perché?
testo di: Manuela Racci <> tratto da:  AurAweb 

Il grande Socrate definisce la vita un esercizio quotidiano di umanità e coglie il nocciolo di tale pratica nella propensio alla curiositas, a cercare, a chiedersi il perché delle cose, nella certezza assoluta che una vita non spesa nella ricerca non sia degna di essere definita tale.

Cercare significa prendersi cura della propria anima, gettandovi semi che apriranno la strada alla Accettazione, alla Consapevolezza e alla Conoscenza…e via principe di tale ricerca, viatico verso la propria libertà interiore, si presenta essere il dialogo serrato e intenso tra il maestro e il discepolo, in una commossa dinamica di domanda-risposta volta a cercare un senso agli umani e sofferti perché degli uomini, alle grandi questioni esistenziali che da sempre attraversano il cuore umano, l’amore, la felicità, il bene e il male, il dolore, la morte.

Il libro di Claudio Maneri “Scintille di vita” sembra davvero inserirsi a pieno titolo dentro la dinamica affascinante, problematica e dialettica dei dialoghi socratici, dialoghi che proprio per la loro intrinseca struttura atta al ripiegamento interiore e allo scavo dell’anima, sembrano essere un guadagno per il sempre. In un intimo e irrinunciabile colloquio con le voci di vari Maestri appartenenti a culture e sensibilità religiose diverse, le cui essenze abitano oramai il Mondo delle Idee, l’autore affronta in particolare la tematica cogente del dolore nelle sue pieghe più riposte, in particolare quelle che connotano lo strappo insopportabile e straziante della perdita di un figlio.

Ciò che colpisce, stupisce ed emoziona è il delicato messaggio trasversale che emerge dalle pagine modulate sulle diverse voces canalizzate e cioè che il dolore, anche il più grande, se vissuto con consapevolezza, ha il grandissimo potere di trasformare chi resta al di qua della soglia del limitar di Dite… il lettore, con la stessa palpitante commozione e commossa umiltà dell’autore, raccoglie la profonda sacralità del dolore, nel momento in cui l’uomo scopre che la morte in realtà è vita e che colui che se ne è andato vive in un’altra dimensione.

E’ come se si cambiassero gli occhiali, rispetto al proprio vissuto nel quotidiano, ed ecco allora che appare non già la gioia di vivere (perché resta sempre quella sottile, tenace e struggente nostalgia) ma la quiete, quella quiete profonda che sempre più arriva a comprendere che tutto deve morire per far vivere l’unica cosa che conta: l’Unità dell’Essere, del Tutto, in un legame indissolubile tra vita e morte. Seneca sosteneva che bisogna imparare a vivere la morte cotidie, che altro non significa che imparare a vivere il dolore, facendosi incondizionatamente attraversare da esso, per poi aprirsi a una rinascita: solo così le lacrime disperanti, il dolore paralizzante, cieco e sordo possono tramutarsi in amore.

Certo, potrebbe sorgere l’obiezione spontanea che la conditio per poter non solo intelligere ma anche comprehendere il libro, sia il possesso di un orizzonte di fede, qualunque esso sia, comunque di una potenziale finestra che voglia aprirsi sul cielo della metafisica e del soprasensibile: per cui le pagine potrebbero risultare sterili o quasi patetiche al sentire di chi si professa ateo o per lo meno agnostico. Ma la forza del libro sta proprio nella sua capacità di parlare al cuore di tutti, di far sì che ognuno, immerso in questo viaggio che è la vita, possa essere scosso, svegliato, al di là del suo vangelo, e in qualche modo guarito.

E' l’energia di certi testi, quella di essere una sorta di terapia, di liturgia interiore, proprio perché costringono il lettore a fare i conti con se stesso, soprattutto quando è nel vortice dello stordimento e della fuga da sé. Il messaggio che più di ogni altro tocca le corde interiori, al di là naturalmente della fattiva possibilità dell’ulteriorità e del rilancio della nostra esistenza, è il consiglio ad ascoltare col cuore, a percorrere gli interrotti sentieri della ragione con le ragioni del cuore. Solo la voce del cuore può comprendere anche il dolore più grande; la mente invece, densa di pensieri e parole, affaticata dal vizio di pensare, non lascia spazio al sentire, e quindi mente.

Solo con la dispositio, come dire, alogica, leggera del cuore, si può vivere la consapevolezza dell’attimo, cessando di ancorarsi al doloroso passato o di proiettarsi verso l’ignoto futuro. Solo il presente è vita, chi non vive l’attimo, non vive la propria vita, è sempre in un momento che non è vita; attimo dopo attimo, noi viviamo e moriamo continuamente.

Scegliere la via del cuore significa anche imparare ad esercitare l’arte della compassione, nel suo significato pregnante di sentire insieme per profonda empatia: la compassione è quel sentimento che consente semplicemente di comprendere e amare un’altra persona a livello umano.Qualsiasi persona si trovi a sperimentare una perdita sarà capace di riconoscere, con maggiore profondità, la forza di tutto ciò che le sta intorno permettendo alla compassione umana di pervaderla. E’ un modo di creare una risonanza con questa qualità di energia che è adatta alla vita stessa per continuare a fluire.

Sono pagine intense, pervase da una commozione trattenuta,discreta ma viva, presente e autentica perché propria di chi ha provato fino in fondo lo smacco più beffardo e innaturale della vita, di chi ha conosciuto il freddo che annichilisce della paura e ha saputo trasformarlo in amore di chi è giunto alla certezza che il momento della morte è uguale al primo momento dell’incarnazione, quando si nasce e, rendendosi conto di essere vivi, si prende coscienza del fatto di essere destinati a morire.

Quale antica saggezza! Come non riconoscere le note suggestive degli stoici e soprattutto di Seneca! Ha ragione la Voce là dove suggerisce “in realtà cose estremamente nuove non ce ne sono perché tutto quanto, anche leggendo i libri sacri, è già stato detto…

Tanti i sentimenti, le emozioni, le sfaccettature, gli angoli di visuale che il libro offre attraverso il dipanarsi di una meravigliosa e imperitura storia d’amore tra un padre, cittadino ancora dell’al di qua, e una figlia già tornata a casa, storia che fa da contenitore all’incontro con le singole voci e di cui la figlia è dolce e solerte regista, in un gesto di pieno e disinteressato Amore. Ma uno in particolare campeggia su tutti, quale compendio supremo di antiche saggezze e di sensibilità sottili: il dolore è costitutivo della vita, appartiene alla categoria vera dell’esistenza che è quella del tragico e come tale va accettato, va addomesticato e trasformato perché, altrimenti, diviene elemento che blocca il procedere della vita nel suo naturale fluire.

Come sussurra Sibylle è necessario cercare di riaprire il cuore di coloro che soffrono dando loro una speranza… è un po’ come mandare un raggio di luce in una notte buia, alzare la mano verso il cielo dove palpitano tante facelle e raccoglierne alcune per illuminare, quali scintille di vita, la notte buia di chi ha ancora tanta paura e tanto dolore.

Ogni lettore, al di là e oltre il suo credo e le sue aspettative, non potrà non cucirsi addosso le parole irrinunciabili di Soggetto quale chiusa ideale del suo viaggio all’interno del libro. Tutti sanno che la vita è effimera, ma solo quando c’è l’incontro con la morte questo sapere si traduce in presenza, si scopre il senso profondo del perdere e scoprire il perdere significa consegnarsi sempre più indifesi al mistero della vita, al mistero del Divino, al mistero dell’altro. A quelle piccole esperienze di incontro con il semplice mistero che nasce e che muore ogni giorno.