L'età dell'orrorismo. La violenza nella società mediatica
testo di: Ubaldo Nicola <> tratto da:  AuraWeb 

La violenza, non solo quella bellica, si esprime oggi in forme sempre più degradanti dell’essere umano in quanto tale. Ma neppure noi ne siamo esenti. Tutti i quotidiani, ad esempio, pubblicano fotografie delle vittime di attentati, ma solo se afghani, iracheni, africani o comunque non occidentali. Non dovrebbe esservi lo stesso rispetto per tutte le vittime?

E’ ben noto che non esiste una definizione universalmente accettata di terrorismo, un termine generico sul cui esatto significato si continua a discutere. Può quindi apparire strano che si possa più facilmente convenire sulla natura di un fenomeno recente che del terrorismo sembra essere la “logica” prosecuzione: l’orrorismo. I fatti che il neologismo evoca sono sotto gli occhi di tutti: sempre più spesso assistiamo a una violenza che non solo predilige vittime inermi ma esibisce crudeltà sempre più efferate.

Vi è la ricerca di modalità atroci di uccisione, come l’uso di donne e bambini come boia. Vi è il dilagare dell’uso del proprio corpo come arma da parte degli shahid, gli uomini-bomba che con il loro suicidio stragista sembrano non avere in conto ciò che l’Occidente ritiene più sacro e naturale: il valore della vita, della propria innanzitutto.

Adriana Cavarero, che all’orrorismo ha dedicato il suo ultimo libro, osserva che negli sgozzamenti, nelle lapidazioni, nello scempio dei cadaveri e nelle torture sembra esservi la volontà di recare un’offesa ontologica al corpo del nemico, quasi si volesse negarne la natura umana smembrandone le parti. Certo, la ferocia ha sempre accompagnato le guerre. La novità, ora, sta nella sua esibizione mediatica a scopo intimidatorio. Di questo aspetto, che propriamente definisce l’orrorismo come una precisa strategia di guerra psicologica, non vi sono precedenti in epoca moderna.

Se conosciamo le efferatezze di Auschwitz o delle recenti guerre etniche nei Balcani è perché queste sono state documentate contro la volontà degli aguzzini. Si disse all’epoca dell’assedio di Sarajevo che quella era la prima guerra mediatica, nel senso che il suo esisto sarebbe stato deciso dalla mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale, scossa dai servizi televisivi di giornalisti eroici. Oggi la guerra mediatica è gestita dagli stessi protagonisti. Non serve più la CNN; è lo stesso sgozzatore a posizionare il collo della vittima perché rientri al meglio nell’inquadratura.

LO SPIRITO DEL TEMPO

Sebbene queste pratiche siano oggi maggiormente in uso presso il fondamentalismo islamico, gli antropologi sottolineano la loro novità rispetto alle tradizioni religiose. Come spiega Ugo Fabietti, gli schemi cui si ispirano queste macabre scenografie sembrano piuttosto derivare dalla cultura di massa filmica e televisiva.

A proposito degli shaid, il termine che in arabo nomina i terroristi, egli parla di “autorappresentazioni alla Rambo” e per capire cosa si intende basta osservare le immagini che corredano il suo articolo, una serie di murales della striscia di Gaza, un esempio di arte dei martiri, che ai nostri occhi appaiono simili alle figurine dei calciatori. Purtroppo queste osservazioni si applicano perfettamente anche alle torture perpetrate dai soldati americani nella prigione di Abu Ghraib, a dimostrazione che l’orrorismo non è patrimonio esclusivo di una fetta dell’umanità.

E’ probabile che l’ormai celebre soldatessa torturatrice non abbia mai visto Salò di Pasolini, certo è che il suo immaginario porno-trash ne ripete fotogrammi indimenticabili, a cominciare dalla animalizzazione delle vittime ridotte a cani al guinzaglio. In ogni caso, non di semplice orrore si tratta, ma di orrorismo vero, perché parte integrante della sofferenza inferta ai prigionieri stava nella minaccia di inviare ai loro congiunti le immagini in cui apparivano nelle pose più degradanti.

Certo non si tratta di annullare ogni differenza mettendo Bush e Bin Laden sullo stesso piano. Ma neppure ci si può salvare accusando qualche singola scheggia impazzita. Si tratta invece di riconoscere che esiste in ogni conflitto la tendenza a diventare sempre più simili al nemico che pure si combatte. Il che impone di riflettere (lo fa Marco Deriu) e di vigilare costantemente sul nostro modo di reagire all’orrorismo.

IL VIDEO UNIVERSALE

Il fatto è, però, che le notazioni di cui sopra si applicano oggi anche a contesti non bellici ma semplicemente criminali, se è vero che le bande di narcotrafficanti colombiani si sfidano fra loro inviandosi per video-telefono filmati di torture sempre più orripilanti inflitte a prigionieri, si noti, all’uopo catturati. Il che impone di dedicare qualche riflessione (vedi l’intervista a Maurizio Ferraris) ad un oggetto, il videotelefono, apparentemente innocuo ma in grado, già da ora, di condizionare pesantemente la sfera dei sentimenti etici. Vedere infatti è altra cosa dal semplice sapere.

Oggi i telefoni portali diffusi sul pianeta sono 3 miliardi. Quando, nell’incipiente futuro, si imporrà una generazione di apparecchi dotati di video, la nostra percezione del mondo cambierà: tutto sarà infatti documentabile da chiunque con estrema facilità. Da una parte sarà un bene: ad esempio non ci saranno più conflitti dimenticati, ossia non fotografati e quindi non presenti sui media, come l’attuale tragedia in Darfur. D’altra parte, però, ogni orrorista avrà a disposizione un mezzo facile per documentare le sue efferatezze e renderci così tutti potenziali testimoni.

Si può immaginare poi che la stessa possibilità di lanciare in rete eventi orroristici finirà con il favorirne l’esplosione. Se la natura del medium determina il messaggio, il videotelefono sembra candidato a diventare (anche) un potente strumento di degenerazione, favorendo la violenza, la pornografia e lo sviluppo di ogni conflitto in senso mediatico-orroristico. Su scala ridotta, forse è proprio questo ciò che sta succedendo nelle scuole.

Secondo questa interpretazione il video telefono non si limiterebbe a documentare un bullismo preesistente, ma almeno in parte lo provocherebbe. Che fare? Regolamentare l’uso di determinati apparecchi o degli accessi alla rete? I comandi dell’esercito americano in Iraq hanno provato a proibire l’uso dei videotelefoni ai soldati, per impedire un turpe commercio di immagini di cadaveri nemici, ma senza successo.

Che fare, quindi? E’ importante porsi seriamente questa domanda perché l’effetto psicologico dell’orrorismo è propriamente la paralisi. Anche in ciò sta un’essenziale differenza rispetto al terrorismo: la paura che nasce dalla frequenza degli attentati si traduce in scelte operative, ma lo strazio del vedere un corpo martoriato non produce altro che un senso di vergogna per l’appartenere anche noi al genere umano. Non c’è risposta all’orrore, c’è solo una precisa e ben delimitata emozione, l’orripilazione, che propriamente si manifesta nella contrazione dei muscoli erettori dei peli.

VEDERE PUO’ ESSERE UN DOVERE ?

Si può riflettere sul comportamento dei nostri organi di informazione. In quanto referenti dei messaggi orroristi, stampa, televisione e rete vengono infatti ad assumere responsabilità particolari, perché senza la loro opera di diffusione la stessa strategia orrorista non avrebbe senso. E’ una situazione scomoda e paradossale, il cui il dovere di informare si scontra con quello di non favorire in qualche modo l’orrorismo. Proprio per questo, però, le decisioni non dovrebbero essere affidate solo alla discrezionalità di poche persone, in pratica, oggi, i direttori dei maggiori quotidiani e canali televisivi. Anche perché i criteri sanciti dal codice deontologico sono vaghi.

Il giornalista, afferma la Carta dei doveri, 1993, “non deve pubblicare immagini o fotografie particolarmente raccapriccianti di soggetti coinvolti in fatti di cronaca, o comunque lesive della dignità della persona, né deve soffermarsi sui dettagli di violenza o di brutalità”. Ma aggiunge subito dopo: “A meno che non prevalgano preminenti motivi di interesse sociale”. Il che riapre la questione.

LO SGUARDO COLONIALE

L’americana Susan Sontag, in Davanti al dolore degli altri, si chiede se non esista un dovere etico di sapere e quindi di vedere: “Lasciamoci ossessionare dalle immagini più atroci. Anche se sono puramente simboliche e non possono in alcun modo abbracciare gran parte della realtà cui si riferiscono, esse continuano ad assolvere una funzione vitale. Quelle immagini dicono: “Ecco ciò che gli esseri umani sono capaci di fare, ciò che (entusiasti e convinti d’essere nel giusto) possono prestarsi a fare. Non dimenticatelo”.

E’ una posizione da non scartare in partenza, anche perché di fatto questo è l’atteggiamento oggi praticato rispetto all’Olocausto: che continua a essere ricordato e documentato in tutti i suoi aspetti più orrorifici. Rispetto all’evento Auschwitz prevalgono i “motivi di interesse sociale”, ed è bene che sia così. Ma non dovrebbe esserlo anche per la versione odierna dell’orrore? Anche i criteri solitamente invocati da chi oggi decide in questo campo prevedono molte eccezioni. Essi sono il rispetto del buon gusto, dei parenti delle vittime e la difesa dei minori. Sono principi condivisibili, ma appunto per questo dovrebbero avere un valore universale, mentre oggi, di fatto, sembrano applicarsi solo ai nostri.

I quotidiani, anche quelli più seri e autorevoli, non hanno remore a mostrare quasi ogni giorno i cadaveri scempiati delle vittime del terrorismo. Purché si tratti di corpi iracheni, pakistani, ecc. In questo caso prevalgono i “motivi di interessesinteresse sociale”, mentre è ben noto che i nostri morti non sono mai mostrati. Usuale è anche mostrare il volto delle vittime del terrorismo, purché non occidentali. Si parte dall’idea che non abbiano parenti? O che siano tanto lontani da non aver accesso agli organi di informazione? Oggi, forse, è quanto mai pericolosa ogni deroga dal principio del rispetto dovuto a tutte le vittime.