La via del deserto e la spiritualità dell’imperfezione
testo di: Anna Poletti <> tratto da:  AuraWeb 

Intervista a Loris Adauto Muner, counselor clinico e couselor di comunità, che propone nell'Istituto Dia/Logos un corso triennale per Life Counselor e Community Worker. E' il primo esempio italiano di Counseling del senso di vita.

La sua esperienza nel campo delle dipendenze (sia da sostanze che relazionali) gli ha permesso di vivere e di comprendere il travaglio dell'anima che nel "deserto", inteso come luogo interiore, incontra la propria ombra e, accettandola, la trasforma in luce.

- Cosa intende riferendosi alla via del deserto?

La via del deserto è la via che ci fa perdere nella notte oscura dell’anima, dove è possibile l’incontro, l’accettazione e la redenzione l’Ego. Un tempo si andava nel deserto per incontrare i demoni. Cristo stesso andò nel deserto per incontrare il Demonio. Per "demoni" intendo, da un punto di vista esistenziale, le proprie divisioni interiori, le ferite, le paure, le tentazioni che mettono alla prova l’integrità della nostra umanità.

- La via del deserto ci sottopone a prove di verifica per capire chi davvero siamo.

La via della spiritualità dell’imperfezione è la via che resta ancorata alla materia e che si percorre verificando la propria imperfezione in quanto esseri umani. L’imperfezione in quest’ottica non è causa di rimorso e di colpa, ma una fonte di gioia, perché ci permette di toccare la nostra umanità, che è il senso dell’incarnazione. Ci permette di vedere i limiti, i difetti, le inadeguatezze, non come patologie da sanare, ma come aiutanti, come l’essenza del lavoro che dobbiamo fare: accettare la materia invece di distruggerla.

- La via della spiritualità dell’imperfezione è la via che spiritualizza la materia. Che rischi si corrono se non si accetta la materia?

La spiritualità dell’imperfezione è la via dell’esperienza. Il rischio della spiritualità della Nuova Era è che le persone compiano un percorso spirituale senza redimere il proprio Ego. Ma quello che si butta fuori dalla porta, rientra dalla finestra. L’Ego va accettato. E’ il veicolo che ci permette di conoscerci.

Il primo rischio consiste nel credere di essere già Dio e che tutto vada bene. Non è vero. L’Ego è capace di luminosità, che pero va cercata.

Il secondo rischio è di andare oltre l’Ego senza integrarlo attraverso l’errore, la ricaduta e il fallimento, non accettando che fino a che siamo incarnati siamo soggetti alla materia. In questo senso l’Ego è un maestro, perché ci aiuta a rimanere consapevoli di chi siamo e di dove ci troviamo. La spiritualità dell’imperfezione è integrata nel quotidiano e ci permette di incontrare noi stessi.

- Cosa si prova una volta di fronte ai propri demoni?

Reazioni di panico, di paura, di sconfitta e di perdita quasi totale dei propri schemi e delle proprie sicurezze. Si è avvolti nel buio e non si vede più nulla. Ci si sente persi. Questo è il momento della resa dell’arroganza e dell’onnipotenza dell’Ego, che finalmente chiede aiuto a un Potere Superiore. Dal senso di impotenza si può alzare un grido di aiuto e l’Ego può venire redento, perché contatta il suo aspetto spirituale.

- Quando arriva il momento di andare nel deserto?

Nella nostra vita incontriamo i deserti, quando pensiamo di essere arrivati alla meta. Chi crede di essere in piedi stia attento a non cadere, dice San Paolo. Quando siamo arrivati, abbiamo bisogno di ricominciare a partire. E’ il momento di andare nel deserto.

Più cresciamo, più dobbiamo confrontarci con la superbia, l’ostacolo più grande, ma anche il maestro più grande nella via dell’imperfezione. L’Ego crede di essere il creatore e il deserto ci aiuta a capire che siamo creature. In questa via è prevista la ricaduta, che è endemica. L’Ego non vuole arrendersi, lascia la presa quando non può fare altro, ma appena trova degli spiragli, solitamente il potere e il successo, la tentazione ricomincia a farsi sentire.

Nel lavoro sulle dipendenze, di cui mi sono occupato per dieci anni, viene prevista la ricaduta: dopo il momento di consapevolezza è prevista la riperdita di se stessi nel delirio di onnipotenza. L’essere umano fa un passo avanti e due passi indietro. Quando si afferma: "Questa volta ho capito", "Questa volta non sarà più così", siamo vicini al rischio della ricaduta. Succede tanto nelle dipendenze da sostanze, quanto nelle dipendenze relazionali. Terapeuticamente, la ricaduta e il fallimento non sono visti come una colpa, ma come un importante passaggio evolutivo.

- Il viaggio per incontrare se stessi si affronta da soli o con altri accanto a noi?

Nel deserto ci si va con altri per secum essere, per stare presso di sé, ma all’interno della comunità. Le comunità del deserto non erano dei monasteri, ma delle monocelle vicine a tantissime altre, delle comunità senza mura di cinta. La via dell’amore è solitaria, ma si sviluppa in comunità. L’eremitaggio è un processo di autoconoscenza interiore, ma sviluppa contemporaneamente il senso dell’amore, dell’aiuto, del sostegno reciproco versi gli altri – l’agape dei greci, la caritas dei romani.

Si impara a stare da soli in compagnia, senza dipendere. Bisogna evitare l’errore che ci induce a credere che l’amore ci salverà dalla solitudine. L’amore ci permette la solitudine. E possiamo stare da soli, perché amiamo e siamo amati. La solitudine è intesa quindi come autonomia. Quando l’Ego si arrende arriva l’aiuto. Se ne accettiamo la presenza, scopriamo che c’è una guida che ci conforta nel momento del bisogno. L’aiuto di esperti, di persone che hanno già attraversato le prove che stiamo vivendo, può rivelarsi valido.

- Cosa si scopre nel deserto?

Nel deserto, ovvero dentro di sé, si scopre che siamo amati nonostante i nostri demoni, scopriamo di non essere soli. Si comincia a dialogare con l’amore che è dentro di noi, e a dialogare con i demoni, con quelle parti di noi che hanno bisogno di noi e che ci appaiono mostruose. Si scopre che quei demoni altro non sono che un bambino interiore che abbiamo rifiutato e che ha bisogno di noi, che desidera soltanto riunirsi a noi. Noi lo abbiamo giudicato male, e per questo abbiamo la sensazione che sia malvagio.

Ucciderlo, rifiutarlo significa infliggere una ferita alla nostra parte più debole e bisognosa. Significa mutilare e offendere una parte di sé, correndo il rischio di rendere arrabbiato e pericoloso il bambino interiore. La rabbia può allora fare leva su di noi e incidere sul nostro stato di salute.

Nel deserto sentiamo il richiamo della nostra tenerezza, incontriamo il nostro bimbo interiore, che va fatto crescere, non abbandonato. Se non lo accettiamo, possiamo finire con il proiettarlo sugli altri, spesso sui nostri compagni di vita, a cui diamo le colpe del fatto che non ci sentiamo in pace con noi stessi. Sono i fenomeni della rimozione e della proiezione. Ricordiamoci che noi siamo controllati da ciò che rifiutiamo.

La via del deserto è la via della purificazione, attraverso l’amore e l’accettazione delle ferite che tutti abbiamo subito e inflitto. L’ego va redento attraverso l’amore. La via del deserto affronta i demoni, permette di arrendersi a una forza più grande di noi, a Dio, al Sé Transpersonale. L’amore non va cercato fuori, ma dentro noi stessi.

- Come riconoscere, tra le tentazioni, la voce che ci parla interiormente?

Ci sono essenzialmente due voci in noi: una voce, chiamata la voce della coscienza, che ci rimprovera, che ci dice che non andiamo bene e che potremmo fare meglio, il Super Io di Freud, ovvero la voce della coscienza sociale, della repressione che subiamo con l’educazione autoritaria e che umilia l’essere.

L’altra voce è quella della coscienza divina, che infonde forza e coraggio e non umilia mai la dignità dell’essere. Dio è un educatore vero, anche se rimprovera, salva sempre la dignità dei suoi figli.

- La via del deserto. Può riassumerla in una frase?

Sciogliere l’Ego nell’abbraccio dell’Anima immortale. Fondersi nell’Amore, nell’abbraccio di una madre che sa che sei piccolo ma che ti ama.

GLOSSARIO DEI TERMINI UTILIZZATI

Ego: è uno schema mentale in cui ci si identifica, l’aggregato di tutte le nostre paure e delle nostre difese. La Personalità in cui ci identifichiamo. La somma di tutti i vizi capitali. Nel momento in cui lo accettiamo, accettiamo l’incarnazione e l’Ego può venire redento. I vizi capitali rivelano allora la loro natura spirituale e la materia si fa Spirito.

Rimozione: è il rifiuto di riconoscere la natura dell’Ego. La negazione di una parte di noi, che diventa la nostra ombra.

Proiezione: è il principio del capro espiatorio. Si trova qualcuno su cui proiettare tutte le parti che si rifiutano di se stessi, e che diventa il nostro nemico.

Super Io: è l’introiezione delle norme, dei divieti, delle esortazioni provenienti dall’ambiente familiare e sociale.

Sé Transpersonale: è l’anima immortale, il filo che ci lega al Tutto e attraverso cui si può intuire e ricollegarsi al Tutto. L’anima permanente. Il lavoro di "ritorno a casa" è il ricongiungersi al Tutto. Se non ci si arrende all’anima immortale è impossibile integrare l’Ego.